II settore sconta ancora norme confuse. L’assessore Caselli: «Trovare un equilibrio»

Lucio Pierantoni (Tartuficoltura e Ambiente) In Europa il tartufo prodotto appartiene ovunque al proprietario del fondo, qui l’agricoltore deve richiedere l’autorizzazione all’amministrazione per la raccolta

E’ materia complicata la tartuficoltura. Attorno a questa prelibatezza si concentrano infatti pattuglie di liberi raccoglitori (da Piacenza a Rimini sono 6.239), commercianti e produttori che si dedicano alle proprie tartufaie dove, appunto, la mano dell’ agricoltore è fondamentale per migliorare il patrimonio locale. In Emilia-Romagna se ne contano 250.

Eppure il ricercato fungo ipogeo non è a tutt’oggi considerato dalla legislazione italiana un prodotto agricolo, tanto che proprio di recente i trifolai piemontesi guidati dal comune di Alba si sono rivolti alla Ue per ottenere il riconoscimento. Un passo necessario, sostiene l’intera filiera, per accedere ai fondi europei nell’ambito dei Piani di sviluppo rurale e tutelare il made in Italy sotto scacco per le importazioni selvagge. Bruxelles ha accolto favorevolmente la petizione quindi, adesso, chiederà a Roma di modificare lo status giuridico seguendo l’esempio degli altri stati europei. In tempi di crisi in campagna «la tartuficoltura è un’opportunità da cogliere soprattutto nelle zone collinari-montane e dà valore anche all’agriturismo».

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Flavio Mercuria, tartuficoltore a Predappio

Non ha dubbi Giampaolo Vecchi, produttore da oltre trent’anni che oggi guida un rinomato vivaio di piante micorrizate e certificate a Vigarano Mainarda (Ferrara): «Sull’Appennino emiliano-romagnolo ci sono terreni ricchi di calcare, con ph alcalino o subalcalino, che potrebbero prestarsi alla coltura del Tuber melanosporum o nero pregiato (prezzo 500 euro al chilo) e pur optando per il comune Scorzone (so euro al chilo) si guadagna di più che a seminare cereali».
Bastano due conti: il costo di conduzione è minimo e l’investimento iniziale si aggira indicativamente sui 14 euro a piantina (ne servono all’incirca 400 per ettaro) tuttavia richiede tempi lunghi, passano almeno otto-dieci anni prima di vedere i frutti. «Di sicuro i commercianti — ironizza il vivaista — non mancheranno mai di ritirare il raccolto, peraltro con quotazioni sempre interessanti». Attenzione, però, alla progettazione degli impianti che non siano troppo fitti, mette subito in guardia Flavio Mercuriali tartuficoltore su 12 ettari a Predappio (Forti-Cesena). La regola: «Una distanza di almeno 6 metri x 6 nel caso del nero pregiato e 1oxmo se bianco», il più costoso (1000 euro al chilo), di cui non esistono piantine certificate ma, dice, «io, insisto nelle sperimentazioni e conto di avere presto i primi risultati».

Lavora sulle talee, tagliando il ramo della pianta madre di pioppo (quella indicata dai vecchi tartufai della zona come produttiva del bianco). La libera raccolta è garantita nei boschi (legge quadro 752/85) sebbene sia preclusa nelle tartufaie coltivate e controllate. Comunque capita che i raccoglitori entrino nelle aree di proprietà nonostante i cartelli di divieto esposti. Nascono così frizioni. È amareggiato Lucio Pierantoni, presidente dell’Associazione Tartuficoltura e Ambiente che si batte per promuovere questa coltivazione ecologicamente rilevante.
Dal suo bosco misto di latifoglie autoctone sopra Pianoro (Bologna) invita a riflettere: «In Europa il tartufo prodotto appartiene ovunque al proprietario del fondo, qui invece non è così e l’agricoltore deve persino richiedere l’autorizzazione all’amministrazione per potersi riservare la raccolta in casa sua».

Intanto la Regione ha modificato la normativa (legge regionale 24/91). «La nuova legge — spiega l’assessore all’Agricoltura Simona Caselli — cerca di mantenere un punto di equilibrio lasciando già ora ampi spazi per la crescita della tartuficoltura “professionale” senza deprimere le passioni e l’attività dei tartufai. Il Parlamento sta discutendo la legge nazionale, vedremo quali novità verranno introdotte».
E in attesa che si definisca il quadro generale, aggiunge: «Abbiamo apportato modifiche importanti nell’interesse del settore, semplificando le norme per i riconoscimenti e le autorizzazioni alla raccolta, ma anche aumentando da 6 a 10 anni la validità del tesserino da raccoglitore». «Ci sarà un calendario unico a livello regionale a partire dal 1 gennaio 2017, per la ricerca e la raccolta delle diverse specie, fatta salva la possibilità di riconoscere specifiche caratteristiche territoriali locali.
La tartuficoltura può rappresentare un significativo motore di sviluppo per le aree appenniniche e montane, per questo — conclude l’assessore — siamo impegnati ad avviare iniziative di valorizzazione e supporto anche con risorse regionali, raccogliendo una sollecitazione in questo senso arrivata da un ordine del giorno approvato dall’assemblea legislativa»

Articolo tratto da Corriere Imprese Bologna del 31/10/2016 – Autorizzazione alla riproduzione concessa.